Reputational Intelligence / Analysis
Propaganda 2026: la disinformazione è diventata infrastruttura
Sette tecniche di manipolazione narrativa, gli attori statali che le finanziano, le piattaforme che le distribuiscono e il calendario normativo europeo che sta chiudendo la finestra di autoregolamentazione volontaria — con appendice metodologica e livelli di confidenza dichiarati per ogni fonte.
La disinformazione ha superato una soglia strategica. Non è più una collezione di falsità isolate, ma un’infrastruttura sostenuta da intelligenza artificiale, architetture di piattaforma, competizione geopolitica e operazioni di influenza coordinate.
I numeri riflettono questo cambiamento, anche se vale la pena essere precisi su cosa misuri ciascuno di essi, invece di trattarli come un unico conteggio. Il Global Risks Report 2026 del World Economic Forum colloca la disinformazione al secondo posto tra i rischi globali più gravi nell’orizzonte a due anni, subito dopo la confrontazione geoeconomica. Separatamente, e precedente a questo report, uno studio University of Baltimore/CHEQ del 2019 stimava il costo economico globale della disinformazione in circa 78 miliardi di dollari annui, e uno studio MIT del 2018 di Vosoughi, Roy e Aral ha rilevato che le notizie false raggiungono il pubblico online circa sei volte più velocemente di quelle vere. Più di 170 organizzazioni di fact-checking sono attive nel mondo, secondo l’International Fact-Checking Network di Poynter — un conteggio di organizzazioni certificate, non di singoli fact-checker.
Numeri di questa portata segnalano un cambio di natura del problema: la disinformazione propagandistica non è più composta da episodi isolati, ma da un ecosistema tecnico e geopolitico strutturato, con attori statali che investono in capacità sempre più sofisticate.
Sette tecniche, una regia comune
L’analisi di diverse decine di fact-check raccolti nelle ultime settimane rivela sette cluster narrativi ricorrenti, accomunati da un tratto: l’uso strumentale della parola stessa “propaganda”, trasformata in etichetta offensiva per delegittimare avversari, media o categorie sociali.
Il caso più tecnicamente elaborato riguarda la fabbricazione di prime pagine giornalistiche attribuite a testate come Bild, Liverpool Echo e The Jerusalem Post, con false affermazioni sulla presunta tossicodipendenza del presidente Zelensky e riferimenti alla “propaganda alla Goebbels”. Nessuna delle testate ha mai pubblicato questi contenuti: le prime pagine autentiche del 12 maggio 2026 trattavano argomenti completamente diversi, come confermato dalle redazioni stesse. La tecnica — manipolazione della grafica originale dei giornali — è documentata come ricorrente nella propaganda russa e punta a erodere la credibilità dei media occidentali attraverso reti social anonimizzate.
Un secondo pattern riguarda la decontestualizzazione video a fini conflittuali: un video di uno sketch comico girato in Iraq è stato ricontestualizzato come “propaganda palestinese” per screditare le testimonianze visive provenienti da zone di conflitto, sfruttando la difficoltà di verificare la provenienza geografica dei contenuti brevi.
Nel sud dell’India, su piattaforme in lingua Telugu, sono stati documentati due casi di contenuti AI-generati spacciati per reali: un video di una mucca che salva un bambino sui binari e la riciclazione di una vecchia falsa allerta virale, il cosiddetto “video Martinelli”. Entrambi i casi puntano a generare engagement emotivo attraverso leve di paura o meraviglia, con l’effetto collaterale di desensibilizzare il pubblico rispetto alla verifica delle fonti.
In Macedonia del Nord sono emersi due casi paralleli. Il primo lega i Mondiali di calcio 2026 a un presunto schema propagandistico per la diffusione di vaccini a DNA — claim tecnicamente infondata, ma efficace nello sfruttare la coincidenza temporale dell’evento per amplificare la diffidenza verso le istituzioni sanitarie. Il secondo attribuisce a Novak Djokovic un rifiuto pubblico di indossare un braccialetto arcobaleno a Roland Garros, corredato da una dichiarazione mai rilasciata: nessuna prova verificabile dell’accaduto esiste, ma la narrazione costruisce un frame di resistenza “naturale” alle istanze LGBTQ+ sfruttando il capitale simbolico di una figura sportiva globale.
Infine, due casi legati all’Iran mostrano un livello di sofisticazione diverso, più istituzionale che virale. Un’analisi di Fact-nameh esamina il caso dell’influencer Bashra Sheikh, la cui produzione di contenuti riproduce sistematicamente la narrativa governativa iraniana piuttosto che basarsi su osservazione indipendente — un fenomeno che il rapporto definisce “activist journalism”, giornalismo allineato che sfuma il confine tra reportage e attivismo pro-regime. In parallelo, un’altra analisi documenta la presenza sistematica di donne senza velo obbligatorio nei materiali di propaganda bellica del governo iraniano, un uso selettivo e strumentale dell’immagine di genere in contesti di mobilitazione militare, in aperta contraddizione con le politiche interne sul velo.
Chi sono gli attori
Dietro queste tecniche si muovono ecosistemi di propaganda e disinformazione riconducibili a specifici attori statali, ciascuno con budget, strumenti e target differenti — chi fabbrica contenuti falsi, chi amplifica narrative selettive ma non necessariamente inventate. Il linguaggio sugli “obiettivi strategici” che segue riflette la valutazione delle organizzazioni di monitoraggio citate, non un intento statale accertato.
Nota metodologica: gli indici di intensità operativa sono stime analitiche comparative, non una metrica ufficiale. Servono a confrontare ecosistemi di influenza documentati, non a misurare l’influenza con precisione matematica. I quattro profili di attori qui sotto sono stati scelti come illustrativi di pattern ricorrenti nelle fonti esaminate, non come censimento esaustivo dell’attività di disinformazione riconducibile a Stati.
La Russia resta l’attore più aggressivo, con 1,77 miliardi di dollari di spesa dichiarata per i soli media di stato, esclusa ogni operazione coperta come troll farm e cyber-campagne. Il suo arsenale comprende RT e Sputnik, troll farm eredi dell’Internet Research Agency, reti Telegram, siti-clone e video deepfake. I target principali sono l’Ucraina, teatro di una guerra narrativa continua fatta di deepfake e false perdite; l’UE/NATO, colpita da destabilizzazione elettorale e narrazioni anti-sanzioni; e gli USA, dove l’obiettivo è amplificare la polarizzazione esistente. Target a intensità minore includono Germania, Armenia e alcune aree dell’Africa, dove le narrazioni si adattano opportunisticamente alle crisi locali.
La Cina opera attraverso una rete riconducibile al Ministero della Pubblica Sicurezza, usando reti di amplificazione coordinata, società di facciata, content farm basate su IA e freelance reclutati. I target principali sono Taiwan, tramite campagne che erodono la fiducia nelle istituzioni democratiche; il Tibet e le comunità in esilio, colpiti da interferenze elettorali documentate in diversi paesi europei; e Hong Kong, bersaglio di soppressione della narrativa pro-democrazia. USA ed UE seguono a intensità minore, tramite sondaggi manipolati e narrazioni pro-Pechino sul commercio.
L’Iran fa perno sulla International Union of Virtual Media, combinando deepfake a tema militare, influencer fittizi, bot multilingue e la tecnica “Endless Mayfly” con operazioni ibride cyber-disinformazione. Israele è il bersaglio primario, colpito nel giugno 2025 da un playbook coordinato di bot e video sintetici; gli USA hanno subito deepfake di jet abbattuti amplificati anche da Russia e Cina; Arabia Saudita e l’opposizione interna iraniana chiudono la lista dei target, quest’ultima tramite targeting diretto di attivisti e giornalisti.
Il Venezuela si affida all’“Esercito Bolivariano dei Troll”, combinando account troll, bot pro-governativi e coordinatori di fake news contro l’opposizione interna, la diaspora e il fronte USA/Colombia con narrazioni anti-interventiste.
Il campo di battaglia: le piattaforme
Le narrazioni descritte sopra non esisterebbero senza infrastrutture di distribuzione specifiche, ciascuna con dinamiche proprie.
Meta — Facebook, Instagram, WhatsApp — ha agito contro circa 1,1 miliardi di account fake nel solo quarto trimestre 2025 e quasi 700 milioni nel terzo, oltre a rimozioni minori legate a scam center e pubblicità fraudolenta. Un dato che pesa sul quadro complessivo: da gennaio 2025 Meta ha abbandonato il fact-checking di terze parti negli Stati Uniti.
Telegram — hub privilegiato delle operazioni FIMI russe e iraniane — conta oltre 900 milioni di utenti mensili senza una moderazione dei contenuti paragonabile a quella delle altre piattaforme, e una trasparenza sulle rimozioni richieste dagli stati prossima allo zero. Più che generare narrazioni proprie, Telegram funziona sempre più come nodo di smistamento in molte operazioni di influenza documentate, permettendo a contenuti prodotti altrove di accumulare una parvenza di legittimità prima di migrare verso piattaforme a maggiore visibilità.
X, ex Twitter, bersaglio di operazioni russe, cinesi e iraniane, ha ridotto il personale dedicato a Trust & Safety del 90% dopo l’acquisizione di Musk nel 2022, ha eliminato nel 2023 le etichette che identificavano gli account legati a media statali, e dal 2025 si affida esclusivamente alle Community Notes come meccanismo di fact-checking. Su una base di oltre 350 milioni di utenti mensili, la piattaforma ha di fatto smantellato i principali meccanismi di contrasto alle operazioni di influenza organizzata.
Il percorso della narrazione
Queste tre piattaforme non operano in sequenza casuale — seguono un pattern riconoscibile, ampiamente descritto in letteratura come information laundering (riciclaggio dell’informazione). Una narrazione nasce tipicamente presso un attore statale o un media proxy, viene immessa e amplificata su Telegram, dove la moderazione è quasi assente, migra su X sotto forma di post virali, si diffonde ulteriormente su piattaforme visual come TikTok, e viene infine ripresa — talvolta acriticamente — da media mainstream, politici e infine dalla televisione generalista.
A ogni passaggio la narrazione perde la propria origine tracciabile e guadagna una parvenza di legittimità. È così che una prima pagina fabbricata o un deepfake possono, nel giro di poche ore, diventare argomento di dibattito pubblico trattato come fatto acclarato. L’obiettivo non è semplicemente una diffusione più ampia, ma una legittimazione progressiva attraverso l’esposizione ripetuta su intermediari sempre più affidabili.
La risposta normativa europea
Mentre le piattaforme arretrano sulla moderazione, l’Unione Europea sta costruendo un quadro regolatorio che intreccia AI Act e Digital Services Act, con un calendario di scadenze già in parte operativo.
2 febbraio 2025: entrano in vigore i divieti dell’AI Act su pratiche a rischio inaccettabile, tra cui social scoring, manipolazione subliminale e usi vietati di dati biometrici.
2 agosto 2025: scattano gli obblighi per i fornitori di modelli IA general-purpose.
2 agosto 2026: entrano in vigore gli obblighi di trasparenza dell’Articolo 50 dell’AI Act, che richiedono l’etichettatura dei deepfake e dei contenuti generati da IA su temi di interesse pubblico. Separatamente, il DSA richiede già alle piattaforme molto grandi di condurre valutazioni dei rischi sistemici.
2 dicembre 2026: con il Digital Omnibus Regulation on AI, diventa vietato creare o distribuire deepfake sessuali non consensuali (“nudification”), oltre al materiale pedopornografico generato da IA. Lo stesso pacchetto concede ai fornitori una finestra di adeguamento ritardata per i più ampi obblighi di marcatura dei contenuti.
2 dicembre 2027: entrano in vigore gli obblighi pieni per i sistemi IA autonomi classificati come “ad alto rischio” secondo l’Allegato III.
Il messaggio implicito in questo calendario è che la finestra di autoregolamentazione volontaria delle piattaforme si sta chiudendo, sostituita da obblighi legali con sanzioni economiche dirette. È anche un promemoria che la regolazione UE sull’IA è un bersaglio mobile: diverse di queste scadenze sono state esse stesse rinviate in corso d’opera, e vale la pena verificare lo stato attuale prima di fare affidamento su una singola data.
Cosa significa
Il quadro che emerge non è quello di episodi sporadici di fake news, ma di un’infrastruttura permanente in cui stati, piattaforme IA generative e reti di distribuzione social si combinano per produrre contenuti sempre più credibili in tempi sempre più brevi. La velocità di propagazione del falso — sei volte superiore a quella del vero — resta il vero vantaggio strutturale di chi produce disinformazione rispetto a chi la verifica.
Per chi lavora in comunicazione, media literacy, policy o gestione del rischio reputazionale, la lezione operativa è duplice. Primo, la capacità di verifica rapida delle fonti è oggi una competenza critica quanto l’accuratezza stessa. Secondo, la strumentalizzazione retorica della parola “propaganda” — usata per screditare notizie vere tanto quanto per veicolarne di false — richiede un livello di alfabetizzazione mediatica che va oltre il semplice fact-checking, fino a comprendere l’intento strategico dietro ogni narrazione virale.La propaganda è sempre esistita. Ciò che è cambiato è il suo modello di produzione. L’intelligenza artificiale ha abbattuto il costo di fabbricazione dei contenuti persuasivi. Le piattaforme social hanno abbattuto il costo della loro distribuzione. La competizione geopolitica ha aumentato gli incentivi a utilizzarli. Il risultato non è semplicemente più disinformazione, ma un ecosistema informativo in cui la fiducia stessa è diventata il bersaglio strategico primario. Per governi, aziende e professionisti della comunicazione, il vantaggio competitivo non è più l’accesso all’informazione — è la capacità di verificarla prima che le narrazioni si cristallizzino in realtà percepita.
Punti chiave
- La disinformazione si è evoluta da campagne isolate a infrastruttura strategica persistente.
- L’IA generativa ha drasticamente ridotto costo e velocità delle operazioni di influenza.
- Le architetture delle piattaforme facilitano l’amplificazione e il riciclaggio delle narrazioni.
- Le risposte normative si stanno spostando dall’autoregolamentazione volontaria agli obblighi legali.
- Il vantaggio competitivo dipende sempre più dalla verifica rapida che dall’accesso esclusivo all’informazione.
Appendice: metodologia e affidabilità delle fonti
Gli indici di intensità operativa assegnati agli attori statali sono stime analitiche comparative, non una metrica ufficiale o universalmente riconosciuta. Combinano frequenza delle campagne documentate, sofisticazione tecnica, portata geografica, persistenza nel tempo e investimento istituzionale stimato, e sono pensati per facilitare il confronto relativo tra attori, non per quantificare l’influenza con precisione matematica.
In questo testo compaiono tre categorie di affermazioni, da pesare diversamente: fatti documentati, come le cifre di rimozione account delle piattaforme e le scadenze normative in vigore; attribuzioni, come il collegamento tra una campagna specifica e uno specifico attore statale; e giudizi analitici, come gli indici di intensità e i confronti tra ecosistemi.
I livelli di confidenza variano lungo il testo. Alta confidenza: il ranking a due anni del WEF Global Risks Report 2026 su misinformazione/disinformazione; la stima di 78 miliardi di dollari di CHEQ/University of Baltimore; lo studio MIT/Science del 2018 sulla velocità di diffusione; il conteggio IFCN di oltre 170 organizzazioni di fact-checking; le prime pagine fabbricate di Bild/Liverpool Echo/Jerusalem Post; le cifre di rimozione account di Meta per Q4 e Q3 2025; la linea di budget russa di 1,77 miliardi di dollari per i media di stato 2026; la scadenza dell’Articolo 50 dell’AI Act di agosto 2026; l’obbligo di valutazione dei rischi sistemici del DSA per le piattaforme molto grandi; e il divieto sui deepfake sessuali non consensuali di dicembre 2026 e il rinvio dell’Allegato III a dicembre 2027 previsti dal Digital Omnibus. Confidenza moderata: i profili di Cina, Iran e Venezuela; i casi di fact-check di Macedonia del Nord e India; e le cifre di Meta su scam center e annunci fraudolenti.
Fonti: World Economic Forum, studio University of Baltimore/CHEQ, Vosoughi, Roy e Aral su Science, International Fact-Checking Network di Poynter, report di trasparenza di Meta, EU DisinfoLab, EUvsDisinfo, Graphika, FDD e Consiglio dell’UE. Dati aggiornati al 12 luglio 2026.
OMEY applica lo stesso principio di verifica delle fonti alla due diligence reputazionale: segnali verificabili, fonti tracciabili e contesto nel tempo, senza sostituire l'analisi con un giudizio automatico.
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